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“A touch of sin” di Jia Zhangke (Cannes 2013)

La situazione in Cina deve essere davvero brutta in questo momento se nonostante l’ascesa economica del suo Paese il regista di “Still life” decide di affrontare in questa maniera temi come la disoccupazione, il precariato e lo sfruttamento dell’individuo. Quasi tutti parlano di violenza recensendo questo film ma in realtà la violenza fisica è l’elemento più superficiale della storia, una sorta di specchietto per le allodole rispetto all’inquietante messaggio di fondo. Il film si dirama attraverso diversi personaggi collegati fra loro solo per terze persone coincidenzialmente e superficialmente legate ai vari protagonisti. Il filo conduttore è la loro ricerca di lavoro, denaro o diritti (come lavoratori o persone). La violenza, fisica o psicologica, di una forza maggiore (raffigurata da un capo villaggio, come un’industriale o un datore di lavoro)  scatena una violenza di reazione disperata in questi personaggi, mai gratuita e mai irrazionale. Un minatore rivendica i diritti sindacali suoi e dei suoi colleghi e deve vedersela con l’omertà, la corruzione e le angherie dei più forti. Alla fine il minatore esasperato dalla situazione prenderà un fucile e farà piazza pulita suicidandosi alla fine. Tutte le storie seguono un’epilogo simile: la violenza fisica come risposta esasperata e definitiva ad una sottomissione sociale insostenibile, l’unica variazione è raffigurata dal suicidio di uno dei personaggi, una violenza su se stesso invece che verso gli altri. L’essenza del film sembra risolversi nell’immagine metaforica che compare all’inizio: un vecchio contadino che frusta inutilmente un cavallo sanguinante attaccato ad un carretto che non può trascinare, una fucilata chiuderà il contenzioso lasciando libero il cavallo. Nel film il regista ci ricorda un detto cinese: “Meglio una vita di miseria che una morte felice”, un detto perfetto per produrre lavoratori sottomessi e distrutti che lavorano senza lamentarsi, prostitute della nuova economia, sostituibili e poco costosi. Il film è ricco di riferimenti alla cultura popolare cinese ed i suoi meravigliosi drammi popolari, una pellicola colta e profonda forse molto, troppo illuminante sulla Cina di oggi.

Daniele Clementi

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VENEZIA 2007: " Wuyong – Useless " di Jia Zhang-Ke

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2007
(c) Biennale di Venezia
Note da VENEZIA
di Antonella Mancini

” Wuyong – Useless ” di Jia Zhang-Ke

Sembra proprio che molti dei grandi registi, o perlomeno di quelli più in voga, si stiano volgendo al genere documentario, vero o “finto”che sia, piuttosto che dedicarsi al racconto di storie con tanto di trama – inizio, svolgimento, fine lieta o tragica – quasi come se prevalesse l’esigenza di descrivere la realtà in trasformazione o di denunciarne le aberrazioni. Lo fa De Palma e, infondo, anche Loach, e cito costoro perché fra i più noti e perché se ne è già parlato nei giorni scorsi, ma qui a Venezia, quest’anno, si rivela un trend che investe un po’ tutti. Zhangke, che l’anno scorso aveva portato alla Mostra Still Life (Leone d’Oro 2006) si cimenta adesso con un’opera dal titolo intrigante, che letteralmente significa “inutile” e si riferisce ai vestiti. Inizialmente lo spettatore rimane spiazzato perché, aspettandosi un film con tanto di storia, si trova invece davanti a immagini molto ben curate, è vero, ma che sanno di propaganda o pubblicità. Il malpensante viene con sua sorpresa smentito non appena il film-documentario prende corpo e spessore e, siccome è pure un film breve, all’accendersi delle luci l’ex-malpensante si dispiace che sia finito. Anche perché le inquadrature, il materiale plastico, il montaggio sono formalmente perfetti ed espressivi: fra le pitture cinesi su seta e il neorealismo.
Per parlarci della Cina di oggi, Z. prende come filo conduttore un settore in espansione dell’economia cinese attuale, quello del tessile relativo alla confezione di capi d’abbigliamento, per mostrarci tre realtà produttive sconcertanti, tanto più sconcertanti in quanto, seppur geograficamente vicine, sono invece distanti tra loro anni luce, per reddito, classe sociale, stile di vita, luogo e concezione del lavoro, mentalità in generale. Si incomincia dalle fabbriche tessili concentrate nei poli industriali del sud (Canton), con catene di montaggio e ritmi di lavoro insostenibili, tali da rendere precario il futuro della manodopera, per passare a Parigi, dove Z. ci fa assistere alla sfilata di moda (un’opera d’arte, più che una passerella) di un’ex operaia, Ma Ke, ora stilista di livello mondiale. La sua linea, Wuyong, dà il titolo al film. Ma Ke, geniale creatrice di capi di moda unici, che seppellisce letteralmente nella terra e tratta con tecniche di sua invenzione, rappresenta una voce in controtendenza alla catena di montaggio da cui lei stessa si è affrancata. La vediamo infine in auto mentre si dirige verso le montagne (a recuperare i suoi abiti “sepolti”? a ritrovare le memorie di un tempo che sta sparendo?) e l’azione si sposta su questa terza realtà: una zona mineraria, montuosa e malsana, dove tutti si sono convertiti alla miniera ed è rimasta un’unica sartoria. La sartoria vive di piccoli lavoretti di riparazione ed è già sotto sfratto: le leggi dell’economia e del profitto non perdonano. La sua area è destinata a nuovi insediamenti industriali. Del resto le donne preferiscono gli abiti all’occidentale fatti in serie a Canton.<!—-><!—-><!–

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